Discorso d’odio e opinione pubblica

Estremi bibliografici

Raffaella Petrilli, Discorso d’odio e opinione pubblica, in Laura Gherardi (a cura di), Lezioni brevi sull’opinione pubblica: nuove tendenze nelle scienze sociali, Milano: Meltemi, 2022, pp. 119-124.

Presentazione

Dove passa il limite per cui dalla polemica democratica, veemente e emotiva che sia ma pur sempre legittima, si passa nel campo antidemocratico dell’incitamento all’odio? La risposta più frequente è cercare quel limite nei target, e cioè stigmatizzando come hate speech soltanto le aggressioni verbali contro categorie di persone identificate dalle “caratteristiche sensibili” che la democrazia ha imparato a difendere come “diritti della persona”. […]

Ma, il criterio del target non tiene conto di un dato di cronaca: lo hate speech trova sempre nuove caratteristiche sensibili da colpire, per esempio l’essere maestri di scuola, medici, infermieri, giornalisti o scienziati. I casi di intolleranza verbale non sembrano limitati a un elenco chiuso di target. Ci si può rassegnare a riconoscere che il fenomenohate speech, ben presente agli addetti ai lavori – comunicatori, linguisti, filosofi, politologi, sociologi, storici – e al senso comune del “pubblico più generale” (Mancini 2019), resti però “inafferrabile”, al di là dei suoi aspetti contingenti e variabili.

Nei prossimi paragrafi, esaminerò brevemente le tendenze interpretative sul linguaggio pubblico dell’odio che hanno portato alle molte incertezze sullo hate speech (par. 1), quindi sosterrò che l’atto verbale di incitamento all’odio è riconoscibile per la sua tipica struttura linguistico-enunciativa, che lo distingue da altri discorsi polemici o emotivi (par. 2). Cercherò di osservare le condizioni semiotiche della produzione del discorso d’odio (par. 3) e infine di porre il tema della possibilità di contrastarlo (par. 4).

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